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Una ricetta da scrivere insieme

Avete smesso di prendere una medicina che vi è stata prescritta o ne avete ridotto il dosaggio senza parlarne con il medico? Lo fanno in molti sprecando tempo e risorse pubbliche. È giusto che il paziente partecipi alla definizione della terapia chiarendo le difficoltà che trova nell’applicarla o i suoi timori sugli effetti collaterali. Ma bisogna giocare a carte scoperte. Il medico… non si offende.

Il cambiamento è epocale, anche se è avvenuto lentamente: oggi la maggioranza dei farmaci è assunta in assenza di sintomi avvertibili dal paziente. Sono terapie spesso di lungo termine o a vita che servono soprattutto a prevenire dei danni. Pensiamo a molte terapie orali per il diabete, ai farmaci per tenere sotto controllo la pressione o i grassi nel sangue o la coagulazione.

Queste terapie sono importanti ed efficaci ma a differenza degli antibiotici o degli anti-dolorifici non ‘fanno passare’ la malattia o la febbre o il dolore. Chi interrompe o modifica queste terapie non sperimenta a breve nessuna differenza.

La questione della ‘mancata aderenza alle terapie’ è molto importante soprattutto nelle persone che seguono più terapie di lungo termine contemporaneamente (com’è il caso di molte persone anziane e di buona parte delle persone con diabete di tipo 2). Diabete Italia ha dedicato al tema un libretto della serie Dettodanoi (scaricalo da questa pagina).

La scarsa aderenza alla terapia assume diverse forme. Qualcuno non acquista nemmeno il farmaco consigliato, molti lo acquistano ma lo prendono solo per un certo periodo e poi smettono, altri ‘autoriducono’ la dose (una pillola al giorno invece di due, mezza invece di una). Il risultato può essere grave, non solo perché il farmaco che non viene assunto o che viene assunto a dosi inferiori al previsto non ha effetto, ma soprattutto perché il medico che lo ha prescritto, rilevando lo scarso successo della terapia, può essere portato a prescrivere un altro farmaco che in realtà è meno adatto al caso.

Bisogna tenere a mente, infatti, che il medico, specialista o di medicina generale, non è un detective: le sue decisioni si basano in parte su dati oggettivi (ad esempio l’emoglobina glicata) in parte si quanto riportato dal paziente (con un diario glicemico o rispondendo alle domande). Non dire al medico che si è scelto di dimezzare le dosi o di discontinuare le terapie significa portarlo a prendere decisioni che potrebbero essere errate.

Il medico ‘non si offende’ se viene a sapere che una sua terapia non è stata seguita. La Medicina è divenuta più ‘democratica’ ed è chiaro a tutti che la terapia migliore non è quella scritta sui manuali ma quella concordata tra il paziente e il medico. Una persona che lavora e preferisce non dover prendere pastiglie immediatamente prima dei pasti perché perderebbe la sua privacy nei confronti dei colleghi con i quali pranza, fa benissimo a porre questo problema e cercare con il medico una soluzione alternativa. Lo stesso vale per gli effetti collaterali dei farmaci sui quali oggi c’è un’attenzione anche eccessiva. Se il paziente ritiene che un farmaco abbia provocato degli effetti collaterali anche solo a livello di fastidio non solo può ma deve discuterne con il medico il quale se del caso modificherà la terapia.

È vero che oggi i tempi a disposizione per le visite si sono accorciati, ma se in gioco c’è l’aderenza alla terapia, il tempo si trova. Quello che oggi manca è la disponibilità da parte dei pazienti a ‘mettere le carte in tavola’ e diventare protagonisti apertamente e non di nascosto della propria salute in una logica di consapevolezza e compartecipazione.

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